Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Verso di noi si diresse il proprietario, salutò la mia amica che lo ricambiò chiamandolo per nome e, fatta la mia conoscenza, ci accompagnò ad un tavolo sistemato in fondo alla sala e quindi in leggera penombra.
Il locale sfruttava una grande vetrata sul lato del fiume attraverso la quale si intravedeva una parte del Castello Grande; i tavoli erano distanziati per consentire maggiore discrezione mentre il riverbero delle luci sull’acqua e la vista del castello creava all’interno variopinti e suggestivi riflessi.
Non ricordo con esattezza quello che mangiammo, ricordo però che la qualità era buona e stavamo appunto parlando della bontà del cibo e dei complimenti da fare allo chef quando ci servirono una insalata già condita.
Ne approfittai per fare una scommessa, la seconda, sulla quantità di sale presente nell’insalata. Lei disse “il giusto”, io dissi “di più”. Una volta assaggiatala concordò con me sul “di più” prendendo però le loro difese e dicendo che siccome si trattava di un posto dove si mangiava pesce d’acqua dolce, per ristabilire l’equilibrio geo-gastronomico servivano alghe marine in insalata.
Il mio sorriso le fece capire che mi aveva pienamente convinto e a mo’ di ringraziamento, con le sue dita carezzò le mie nocche.
Avrei voluto ricambiare il gesto ma non ne ebbi la prontezza e tutto restò sospeso per aria.
Presi dal secchiello del ghiaccio la bottiglia di vino e riempii i bicchieri.
“Alla nostra buona sorte” dissi avvicinando i calici.
“Anche ai miei tre anni di matrimonio?”
“Soprattutto” - replicai sul tintinnio dei bicchieri.
Il servizio era inappuntabile e la nostra conversazione veniva, ogni tanto, interrotta dalla discreta presenza del cameriere il quale provvedeva a svuotare il portacenere e a sincerarsi che tutto fosse a posto.
Le chiesi se riusciva ad immaginare cosa potesse pensare di noi il suo amico che, intanto, guardava al nostro tavolo non nascondendo un sorriso.
Chiesi ancora quante potessero essere le possibilità che la nostra cena giungesse alle orecchie di suo marito.
“Non preoccuparti -rispose alla prima domanda- è un caro amico e con lui sarà inevitabile parlare di te ma non stasera e comunque non in questo viaggio. Per quel che invece riguarda mio marito...negli ultimi tre anni ha messo solo una volta le orecchie in questo posto. Non ama questa città e non ne riceverà alcun sussurro. In ogni caso, non devi avere nessuna paura -concluse sorridendo- non è lesto né di spada né di pistola”.
Riprendendo il suo sorriso replicai che la mia non era paura ma sana curiosità e che neanche io ero lesto d’armi. Solamente mi chiedevo se fossi stato disponibile a lasciare partire da sola una donna bella come lei.
Un classico caso di gelosia da sud Italia a cui non potevo sottrarmi per non dare un dispiacere alle tradizioni; però, se già durante l’anno a causa del lavoro ci si vede poco, come poter pensare ad una vacanza separata?
“Mi permetto di farti notare che se fossi venuta con mio marito non ci saremmo sicuramente incontrati e io mi sarei privata di un pomeriggio divertente, di una interessante conversazione e di qualche segreto da custodire. Ci terrei poi a precisare che sono stata io a decidere di partire da sola e che di ciò sono molto felice”.
Concordai con lei dicendole che la sua mi sembrava una buona chiave di lettura e che si, decisamente, aveva avuto un’ottima idea a partire da sola.
“Secondo i futuristi -riprese- la vita è una tendenza strana al peccato, ad ogni peccato. Non è che abbiano detto una gran novità ma hanno solo ribadito un dato di fatto. All’origine di tutto c’è un peccato e, a seguire, una serie infinita di peccati e peccatori. I primi possono essere conosciuti, dei secondi non si dice mai il nome. In ogni caso la sostanza è quella: bisogna peccare. Senza peccato non esisterebbero perdono ed indulgenze le quali, a loro volta, servono a far ricominciare il giro dei peccati”.
“Detto così mi ricorda l’album delle raccolte punti, riempitone uno si può ricominciare daccapo”.
"Anche! Sebbene più verosimilmente si potrebbe paragonare ad un ciclo di lavaggio senza ammollo. Lavaggio, ammorbidente, centrifuga e nuovo profumo di pulito. Io ancora non ho inserito la spina di inizio lavaggio, aspetto che il cestello si riempia del tutto. Oggi, domani, dopo...chissà. Preferisco però il pentimento postumo al dovermi rimproverare il peccato di non peccare. Di qualunque peccato si tratti".
La ascoltai con molta attenzione e, non rinunciando ad intervenire a modo mio, le dissi che nella mia piccola casa non vi era spazio per la lavatrice, nemmeno per quella formato coscienza per cui i miei peccati si ammonticchiavano e, con una patina grigia, nell'attesa di un improbabile lavaggio si annullavano per autoconsunzione. Era così da sempre. Dato che avevo il tabù della confessione mi convinceva di più la teoria del negare, sempre negare.
Confessare un qualcosa o confessarsi era una ammissione di colpa mentre io credevo che un peccato, ammesso che di peccato si tratti, è semplicemente un peccato e non per forza deve essere qualcosa di vergognoso da farsi perdonare. Colui che giudica, se non è colui che tutto vede e tutto sa, cosa conosce della soddisfazione che si provava nel momento del peccato? Il soddisfacimento, secondo me, annullava l’idea del peccato trasformandolo in un piacere. L’unico vero peccato era disconoscere il piacere.
Accese una sigaretta infilando i suoi occhi nei miei, sostenni lo sguardo e fui io, questa volta, ad accarezzarle la mano. Ricambiò la carezza e, alzati i bicchieri, brindammo in silenzio.
Oramai eravamo arrivati alla frutta: lei ordinò una macedonia e io allungai il braccio per farmi una pera; dopo averla tagliata a fette, naturalmente. La filodiffusione propagava le note di “It,s now or never” del grande Elvis.
Erano passate poco meno di due ore dal momento dell’arrivo quando, dopo aver bevuto un infuso alle erbe digestive, chiese il conto.
Pagò e, rimessa in tasca la sua carta di credito, salutammo il suo amico. Tra baci e un “salutami i tuoi” detto da lei, lasciammo il ristorante.
Questa volta la partenza, segno di una raggiunta padronanza del mezzo, non subì scossoni. Una pedalata regolare, un respiro leggermente affannato ma più di tutto l’aria che sferzava il viso ci ricondussero a casa. Lasciata la bici sull’uscio, varcammo la soglia.
Un dolorino alle gambe mi spinse a farmi accogliere con piacere dal divano.
Mi invitò a versare da bere mentre lei, su un vecchio registratore a bobina, inseriva un nastro di tanghi d’epoca in versione europea.
La luce e il volume soffusi ne esaltavano la sensualità. Le confessai che mi tornava alla mente un Jean Gabin giovane e in splendida forma alle prese con un tangaccio in un altro dei film di cui, maledizione, non riuscivo a ricordare il titolo.
Ricordavo alla perfezione, di quello come di altre pellicole, le scene, a volte anche i dialoghi ma quasi mai i titoli; probabilmente perché in un film il titolo non è molto importante. Serve solo a semplificare future spiegazioni. Esattamente ciò che io non riuscivo a fare in quel momento. Mi rincuorò dicendomi di non preoccuparmi perché la storia del cinema era piena di tanghi, che uno valeva l’altro e mi chiese se volevo provarne uno allacciandomi con lei. Sorrisi rispondendole che forse non era molto prudente poiché, vista la mia imperizia ballerina, più che allacciarci correvamo il serio rischio di attorcigliarci.
“E’ molto più semplice di quanto pensi -disse per darmi fiducia- devi solo seguire i miei movimenti. Ti guido io”.
“Ti prego solo di ricordare che quando ho guidato io, sulla bici, siamo arrivati indenni. Io mi fido, ma attenta alle contusioni”.
Sorrise mentre poneva le mie mani sui suoi fianchi. Sistemò le sue sui miei e partimmo per un tango da film. Cercavo di muovermi al meglio assecondando tutti i suoi movimenti; sognavo Jean Gabin ma mi rendevo conto di star facendo la figura di Totò.
A fatica ci muovevamo tra i mobili quando l’arco esagerato di un casquè ci fece approdare sul divano. Volevo rialzarmi ma le sue mani mi trattennero o, forse, fu esattamente il contrario anche se questo oramai non ha alcuna importanza. Importante fu che nessuno dei due abbandonò il divano e dolcemente cominciammo a baciarci. Per tutto il giorno non avevo voluto pensare a questa eventualità. Mi era solo passata per la testa, fugacemente, la curiosità del come sarebbe stato ma, inutile dirlo, l’idea soccombeva davanti al pensiero dell’impossibilità che ciò accadesse.
Ora che stavo scoprendo com’era, l’intensità superava l’immaginazione. C’erano delle cose nascoste in lei e intanto che la luna camminava, cercavo di scoprirle. Molto lentamente cercavo di venirne a capo. Non per imperizia ma perché volevo dilatare il finale il più a lungo possibile.
Non voglio addentrarmi maggiormente nelle spiegazioni, mi aveva promesso che avrebbe comprato il mio libro se lo avessi stampato e non vorrei se ne avesse a male. Posso però dire, citando un classico, che mi raccolsi dentro di lei, che le diedi il mio animo e che facemmo quello che ognuno desiderava.
Oppure potrei dirla alla Buscaglione con un “Che notte quella notte....”. In nessuno dei due casi renderei giustizia alla storia, alla nostra storia. Era tardi quando ci addormentammo cullati dai rumori della notte.
Non sapevo quanto tempo avessimo dormito quando il suono delle campane, riempiendo la stanza, rimbombò nella mia testa.
La sua voce nelle mie orecchie, invece, fu poco più di un sussurro: “Sarà tardissimo. A giudicare dalle campane almeno mezzogiorno”.
Aprii leggermente gli occhi e, dopo aver lanciato uno sguardo alla sveglia, risposi: “Il suono di tutte queste campane non fa mezzogiorno, fa solo un gran casino. Sono appena le sette”.
Si strinse a me e riprese a dormire. Ci provai anch’io ma non ci riuscivo. Dalle imposte semichiuse filtrava, attraverso una tenda scostata, la prima luce di un sole primaverile che abbracciando un leggero pulviscolo creava effetti policromatici facendo scintillare i vetri. La osservavo dormire e, giocando con i miei pensieri, evitavo di rigirarmi per non svegliarla. Restai così per circa un’ora dopodiché scivolai lentamente fuori dal letto e socchiusi la porta della camera.
Rovistai, facendo attenzione a non far rumore, tra i mobili della cucina alla ricerca degli ingredienti per una prima colazione. Non c’era molta roba, segno di una casa poco frequentata, ma trovai, dentro un contenitore di coccio, l’equivalente in polvere di alcune tazze di caffè. Mi dissi che in mancanza d’altro, in attesa di uscire, un caffè poteva andare bene anche se a vederlo non aveva un bella sembianza. L’odore che si diffuse nell'ambiente annullò il cattivo aspetto e, dopo aver preparato tutto, silenziosamente ritornai in camera da letto.
“Ma che bella sorpresa” -disse vedendomi rientrare con il vassoio.
Era seduta al centro del letto e con le mani faceva il gesto di coprirsi il seno. Sorrideva.
Posai il vassoio, presi la mia macchina fotografica e, tolto il tappo, stavo per ricaricare quando mi chiese di non usarla.
“Per favore, preferirei di no” aggiunse in tono imbarazzato.
Non insistetti e lasciata la macchina feci un clic incrociando le 4 dita.
“Per imprimerti bene nella mia mente” -dissi.
Ripresi il vassoio e lo poggiai sul letto.
“Ho rovistato in tutti i mobili della cucina nella speranza di trovare qualcosa che ci permettesse di fare colazione assieme ma l’unica cosa che ho recuperato è in queste due tazze. Per me possiamo accontentarci”.
Vidi i suoi occhi sgranarsi mentre il suo volto manteneva il sorriso.
“Hai fatto bene ad usare il verbo recuperare, parlando del caffè. Come reperto archeologico credo che abbia i tempi giusti anche se non so più a quale epoca appartenga. Se non ricordo male fa parte della buona uscita in natura che venne data ad un mio antenato schiavo in una piantagione di caffè. Fai un po’ il conto degli anni”.
Risi anch’io e carezzandola la strinsi e la baciai. Senza opporre resistenza ricambiò e così riprendemmo il nostro gioco.
Il profumo del suo corpo mi seduceva, l’assenza di odori artificiali lasciava intatto quello della sua pelle e oggi, a distanza di anni, me ne rendo maggiormente conto. Non sono mai riuscito ad identificarla in nessuna marca o in nessuna zaffata. Mi rendo altresì conto di quanto fossi goloso di lei e della sua abilità; era come se lo avessimo sempre fatto con grande complicità e senza pudore. Sentivo le sue unghie che affondavano nella mia pelle mentre le nostre voci si inseguivano. Era semplice piacere o mi trovavo davanti al vero amore? Per anni mi è piaciuto chiedermelo e il solo pensiero di lei mi procurava un godimento dell’anima.
Si! Ero stato vittima del vero amore: una intensa ma fugace apparizione che resisteva al tempo e che con il passare del tempo acquistava un valore assoluto. Una passione consumata in due giorni ma indelebile per quelli a venire.
Lo rifacemmo ancora quella mattina poi, intorno a mezzogiorno, si alzò dal letto e indossata un’ampia felpa si diresse verso la finestra.
Sdraiato sul letto osservavo i suoi movimenti. Alzò un braccio per spostare la tenda e il gesto le sollevò la felpa scoprendole un pezzo di sedere. Aprì le imposte inondando la stanza di luce e si girò regalandomi un bel sorriso.
L’intenso bagliore mi ferì gli occhi. Facendomi schermo con una mano mi sedetti sul letto e la guardai uscire dalla stanza in direzione del bagno.
Lasciai correre, per poi inseguirle, le mie sensazioni. Era esploso qualcosa nella mia vita, ne sentivo le deflagrazioni e occorreva affidare tutto alla memoria.
Avevo trascorso delle ore piacevoli e adesso nel momento in cui ci avvicinavamo alla separazione dovevo riempirmi di tutto ciò che mi circondava sperando in un accadimento, davvero assai improbabile, che modificasse il futuro prossimo.
In nessun caso volevo abbandonare la serenità, non volevo avesse il sentore di quello che provavo dentro di me. Non per uno stupido orgoglio, semplicemente non volevo che fosse la tristezza a segnare il distacco.
Non volevo lasciarmi travolgere dall’idea e dalle emozioni di una separazione che, sebbene annunciata, non accettavo. D’altro canto il più vulnerabile ero io, così almeno pensavo, visto che lei una sua certezza l’aveva: suo marito era in attesa.
Non sapevo quanto le sarebbe durato il ricordo del nostro incontro e me ne feci una ragione pensando che nulla, nemmeno negli anni a venire, avrebbe potuto intaccare il tenero affetto che ci aveva legati. Feci un profondo respiro continuando a rimanere seduto.
La sentii armeggiare con lo stereo finché le note di “I’m a fool to want you” e la voce di Billie Holiday impreziosirono la nostra personale colonna sonora procurandomi un leggero appannamento della vista. Mi ripresi subito vedendola rientrare.
I suoi occhi, stanchi della notte, erano lucidi e mentre mi guardava ebbi l’impressione che qualche lacrima se non già uscita, premeva per venir fuori. Si avvicinò e mettendosi a sedere sul letto continuò a fissarmi.
“Chissà cosa penserai di me -dissi rompendo il silenzio. Non vorrei che tu mi giudicassi male, di solito non è così facile che io mi conceda ....perlomeno non per colpa mia”.
“Ti riesce sempre di essere così giocoso?”
“Sempre, quando sono sveglio. Anche perché non reggo alle tristezze e i dolori, grandi o piccoli che siano, li annullo dormendo. Oggi non mi sembra il caso che ciò avvenga, mi riservo la possibilità per quando sarai lontana. D’altro canto come posso non essere allegro dopo quanto mi è capitato? Ho continuamente visto la vita passarmi davanti e la distanza era sempre più lunga del mio braccio; potevo solo accarezzarla mentre adesso mi è capitato di afferrarla. Vuoi che non sia felice? D’altronde è dal primo minuto del nostro incontro che è tutto un susseguirsi di battute di spirito a cui hai partecipato brillantemente....”
Pose la sua mano sulla mia bocca invitandomi a tacere.
“Non volevo rimproverarti -disse. E’ che...scusa ma sono un po’ nervosa. Volevo solo dirti che...”.
Questa volta furono le mie dita a pregarla di non continuare.
“Aspetta, non dire nulla. Abbiamo ancora molte ore da trascorrere assieme. Conserva tutto per quando sarà il momento finale”.
“E’ proprio questo che volevo dirti. Siamo già arrivati al finale”.
Abbassò il suo sguardo. I battiti del mio cuore aumentarono notevolmente tanto che ebbi la sensazione di non riuscire a tenerlo nel petto.
Avevo voglia di far finta di non capire come fanno i bambini e, come i bambini, singhiozzare attaccato alle sue vesti pregandola di non abbandonarmi.
Quello che invece mi riuscì di dire fu solo un: “Oddio, oddio! Dimmi che non è vero, dimmi che stai scherzando”.
Tutto ciò mentre stavo rotolando sul letto. Non so come avvenne, forse perché avevo calcolato male lo spazio a disposizione, ma dopo il secondo giro su me stesso trovai il vuoto e caddi.
Mi accolse, attutendo il colpo, un provvidenziale scendiletto.
La sentivo ridere mentre io, per evitarlo, davo inizio ad una serie di poco credibili lamenti.
La vidi fare capolino distesa sulla pancia. Mi guardava con le lacrime agli occhi, a causa delle risate suppongo, e le lasciai solo il tempo di dire “che stupido”. La afferrai attirandola su di me e fu proprio li che, biblicamente, ci salutammo.
Un intenso e delizioso saluto nonostante il tempo si accorciasse sempre di più.
Subito dopo si staccò da me e alzandosi disse: “Scusami ma credo sia meglio cominciare la fase della nostra separazione”.
Restai sdraiato sul pavimento osservandola da sotto in su mentre lei parlava stando ritta davanti a me.
“Perdonami -dissi- ma non riesco a capire se sia un problema di sensi di colpa o se mi stai cacciando da casa. Forse hai paura di non controllarti e divorarmi? Se posso consigliarti, tra tutte e tre è questa la soluzione che preferirei: essere divorato per continuare a stare ancora un poco dentro di te. Se dovessi decidere questo fammi un solo favore: non eruttarmi subito”.
“Niente di tutto quel che hai pensato. Semplicemente tengo conto del tempo che corre anche se, a pensarci bene, l’idea di divorarti non mi dispiacerebbe per niente visto che il primo assaggio non è stato poi male. Mi piacerebbe rimasticarti a lungo e lentamente ma non montarti la testa”.
Allungò il braccio per permettermi di rialzarmi e ne approfittai per stringerla di nuovo a me. Mi lasciò fare per un attimo poi si staccò e scusandosi disse: “Ti prego, si è fatto veramente tardi. Restano ancora un paio d’ore da passare assieme e non abbiamo nemmeno fatto colazione. Rivestiamoci ed usciamo”.
Guardai l’orologio ed esclamai: “Calma! Qui c’è qualcosa che non torna e non sono né la giovinezza e né i conti ma sono gli orari. Non mi tornano. Sono le 14 e 10 precise e il tuo treno parte alle 20 e 15 quindi, se non sbaglio, restano tre paia d’ore”.
Tese una mano per accarezzarmi.
“Mi dispiace davvero, adesso però cerca di capire ciò che sto per dirti. La telefonata di ieri non è stata tranquilla come ti è potuto sembrare visto che mio marito voleva che rientrassi già ieri sera. Non aveva preso bene l’idea della mia partenza, in fondo erano anche i suoi tre anni di matrimonio e il bacio finale era solo per chiudere bene la conversazione. Gli ho detto che sarei partita con il primo treno del mattino; di treni ne sono partiti già due e il prossimo è alle 17 in punto. Non posso rischiare di perderlo, avrò già delle difficoltà a spiegare il ritardo ma non è questo che mi preoccupa: è che non posso rischiare di non arrivare entro stasera”.
Mi strinse forte a se.
“Avresti potuto dirmelo -le sussurrai. Mi ero già preparato ad un pomeriggio di shopping e ora mi resterà il trauma per tutta la vita. Lo sentivo che quel ruolo non sarebbe stato mio”.
“Se ti avessi raccontato la telefonata non sarebbe stata la stessa cosa. Forse, come sempre avviene, avresti contribuito a ricordarmela mentre invece così è stata solo una mia scelta. Per quel che riguarda lo shopping, non fartene un problema perché io ho fatto i miei acquisti: una bella conoscenza e un peccato o meglio, un piacere inconfessabile. Alla fine, come vedi, ognuno ha fatto bene la sua parte. Ora ti prego davvero, si è fatto tardi. Ok?”
Si allontanò per andare in bagno e vestirsi. Dopo toccò a me.
Mi rivestii e intanto che lei metteva a posto andai a riporre la bici in garage.
Quando rientrai aveva appena finito di sistemare, misi lo zainetto sulle spalle e presi la sua borsa offrendomi di portargliela.
“Devo assolutamente farlo, era un impegno che avevo quello di portare i tuoi bagagli”.
Accettò e scendemmo in strada. Era una calda giornata di un giorno per me speciale, di una cerimonia intima. Ci fermammo ad un bar e, seduti ad un tavolino, facemmo una abbondante colazione.
Sentivo il suo sguardo, nascosto dagli occhiali da sole, penetrarmi finché con tono dolce mi chiese: “Ti ricorderai di me?”.
Era la domanda che avrei voluto fare io ma non glielo dissi, e risposi alla sua.
“Credo di si, se la memoria non mi tradirà. Ai miei nipotini racconterò che in un giorno di tanto tempo fa, in un paese molto lontano, ebbi la fortuna di partecipare ad una lieta ricorrenza, quella di un matrimonio. Non so chi avesse voluto invitarmi ma così fu e non potetti rinunciare. Era il terzo anniversario di matrimonio di una donna giovane e bella e io sentivo la stessa sensazione che può provare un alpinista davanti ad una montagna conosciuta perché sognata, ma mai scalata. Ero ancora inesperto ma volli provare poiché non si possono deludere gli dei e, inerpicandomi lentamente, raggiunsi la vetta. Non fu semplice visto che durante il tragitto, sebbene fosse stato di breve durata, avevo lasciato brandelli d’anima e solo molto tempo dopo capii che quel giorno avevo consegnato le chiavi del mio cuore. Sarà a questo punto che il più piccolo dei nipotini mi chiederà se a quel matrimonio c’erano confetti”.
Mi alzai dal tavolo, le chiesi di scusarmi ed entrai dentro al bar per uscirne subito dopo con in mano una salviettina con due confetti bianchi.
“Non voglio farmi trovare impreparato da mio nipote” dissi mettendole in bocca un confetto.
Sorrise e assaporandolo mi chiese di continuare la storia. “Risponderò che i confetti non erano di buona qualità poiché, trovandoci in Svizzera, chiaramente il ripieno era di cioccolato mentre io li avrei preferiti alla mandorla ma essendo ospite dovetti accontentarmi. A questo punto interverrà il più grande dei nipotini il quale precorrendo i tempi si informerà: ”Nonno, ma dimmi, l’hai più rivista dopo?”.
Feci una pausa facendo girare il cucchiaino nella tazzina vuota.
Lei fermò la mia mano e guardandomi chiese: “Perché non continui? E’ una storia molto bella, voglio sentire come va a finire”.
Ripresi il racconto: “Le chiesi allora se avessi potuto incontrarla in futuro oppure se potessi passare a salutarla, qualche volta. Avremmo mangiato qualcosa insieme e dopo la avrei accompagnata al lavoro come vecchi amici.
“E lei disse di si?” interverrà di nuovo il più grande.
“Certo, risponderò. Ci incontrammo ancora diverse volte e ogni volta era una novità”.
“Sono contento nonno che sia finita così”.
Il suo volto e un leggero movimento di diniego della sua testa mi fecero capire che il finale della storia era ancora da scrivere e sicuramente sarebbe stato diverso.
“Mi dispiace -disse. I cristiani dicono che il Signore dà e il Signore toglie. Tu prendi per buona questa allegoria e tutto ti sembrerà più semplice”.
Poi sorridendo aggiunse: “Non è che io sia una buona cristiana ma vedi, loro conoscono le parole giuste per levarti da qualsiasi imbarazzo”.
“Sei proprio senza cuore -replicai. Come puoi far questo ai miei nipotini? Come puoi negar loro questa illusione? Li farai piangere”.
“Non preoccuparti per loro, sono piccoli e alla loro età qualsiasi cosa va bene, si supera facilmente. D’altro canto hanno un nonno divertente che inventerà qualcosa per non farli piangere. Adesso metti a letto i nipotini perché è veramente tardi, dobbiamo muoverci”.
Fece per pagare la colazione ma la fermai, mi consentisse almeno questo.
Ci rimettemmo in cammino percorrendo la strada in silenzio. Avrei voluto dire qualcosa ma non trovavo parole che non suonassero già dette.
Negli addii o si piange o si ripetono le stesse frasi ed io non volevo far parte di nessuno dei due schieramenti. Avevo, per la verità, una domanda da farle ma la conservavo per l’ultimo minuto così, in caso di risposta negativa, non mi sarei trascinato a lungo e insieme a lei il tormento. Lo avrei smaltito da solo con più facilità. Forse.
Arrivammo in stazione che il treno era già sul binario. Allora e solo allora capii che veramente tutto stava per concludersi. Sentivo martellarmi le tempie e desideravo fermarla, non farla partire ma non potevo e soprattutto non dovevo.
Il Signore dà e il Signore toglie mi ripetevo. Però, nonostante tutto, restava l’imbarazzo e cresceva il mio malumore.
Posai la sua borsa, le sollevai gli occhiali per riempire il mio del suo sguardo e di nuovo ebbi la sensazione avuta al mattino: gli occhi erano lucidi e una lacrima era sul punto di scendere.
Baciai le sue palpebre e mentre stavo per porle la domanda fui preceduto dalla sua risposta.
“Non dubitare -disse- uno di questi giorni ti telefonerò. Te lo prometto”.
“Promesso?” -ripetei
“Promesso!”
Ci abbracciammo a lungo.
Il capotreno cominciò a chiudere le porte dei vagoni. Salì ed io rimasi in attesa che comparisse al finestrino. Lo fece mentre il treno cominciava a lasciare la stazione. Ci salutammo senza altre parole, solo con il gesto della mano finché divenne un punto in lontananza. Era la sera del 18 maggio 1979 quando, mentre stavo per incamminarmi, mi caddero gli occhi a terra. Al posto dove avevo posato la sua borsa c’era il fisciù che aveva in una delle tasche del tailleur. Lo raccolsi e, stringendolo forte nel pugno, mi avviai.
Fermo su un binario c’era un treno in procinto di partire. Guardai la destinazione; dovevo ancora impegnare due giorni e andava bene anche Zurigo, il biglietto lo avrei fatto in carrozza.
Montai su e mentre il treno cominciava a muoversi mi ripassai la storia.
La storia era a se stante, l’invito invitante e il quadro quadrante, il poeta ambulante e la stella filante, la frutta era fritta e la mela era marcia, la casa accogliente, la cena abbondante e l’insalata salata, la notte incantata e la partenza... obbligata.
Era tutto lineare.
Non tutto per la verità: per quanto mi sforzassi, non riuscivo a ricordare il momento in cui le avevo dato il mio numero di telefono.